Oltre al calcio, Piracy Shield sarà anche uno strumento per contrastare la pirateria di film e serie TV. Lo ha annunciato ieri, martedì 18 febbraio, il commissario dell’AGCOM Massimiliano Capitanio, indicando alcuni dettagli relativi ad alcune modifiche al regolamento che disciplina l’utilizzo della piattaforma nazionale antipirateria, riforma che dovrebbe entrare in vigore tra alcune settimane. Tuttavia, già sono arrivate alcune critiche, interne all’AGCOM stessa.
Indice:
La lotta alla pirateria di film e serie TV passerà (anche) da Piracy Shield?
Con la delibera votata oggi (18 febbraio, ndr), la lotta alla pirateria fa un altro passo avanti. L’AGCOM rafforzerà il regolamento sull’oscuramento dei siti pirata previsto dalla delibera n. 680/13/CONS, aggiornandolo alle nuove previsioni del Digital Service ACT, della Legge antipirateria n. 93/2023, del Decreto Omnibus e del Testo unico dei servizi media.
È quanto ha scritto su LinkedIn Capitanio, il quale ha indicato brevemente le modifiche introdotte alla piattaforma nazionale antipirateria Piracy Shield per tutelare il settore del cinema e dell’audiovisivo dalla pirateria, settori esclusi in quanto è stato finora uno strumento utilizzato soltanto per lo sport, principalmente per il calcio. Insomma, l’obiettivo dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), è ora proteggere buona parte del settore dei contenuti video, compresi i film e le serie TV.
Queste sono le principali novità. Innanzitutto, il sistema di oscuramento in 30 minuti finora attivo solo per gli eventi sportivi pirata, sarà utile anche per bloccare altri contenuti live secondo la proposta di modifica del regolamento, che, fra le novità, include anche l’estensione del blocco alle VPN e ai fornitori di DNS pubblici. Quest’ultimo è un punto chiave perché in questo modo ogni segnalazione di contenuti trasmessi illegalmente genererebbe un ordine di blocco capace di raggiungere insieme il provider Internet, i servizi VPN e i fornitori di DNS.
Google e gli altri motori di ricerca dovranno inoltre rimuovere i siti pirata dai loro risultati per impedirne la diffusione. Inoltre, trascorsi sei mesi, i nomi di dominio e gli indirizzi IP bloccati tramite la piattaforma Piracy Shield dovranno essere riabilitati in ottemperanza al Decreto Omnibus.
Votato nella giornata di ieri dall’AGCOM, per l’entrata in vigore effettiva di questo nuovo regolamento bisognerà tuttavia aspettare il passaggio alla consultazione pubblica, che terminerà dopo 30 giorni dalla pubblicazione del provvedimento sul sito dell’AGCOM.
Piracy Shield rischia comunque di oscurare per errore contenuti legali
Come anticipato, sono già emerse le prime critiche alla riforma della piattaforma Piracy Shield, in particolare dalla commissaria dell’AGCOM Elisa Giomi, che in un lungo post pubblicato oggi su LinkedIn ha espresso la propria contrarietà alle modifiche in questione.
Le modifiche apportate non risolvono purtroppo criticità come il fatto che i segnalatori privati, ovvero i detentori dei diritti delle partite di calcio e di altri contenuti audiovisivi live hanno un ruolo sproporzionato nel determinare il blocco di domini e indirizzi IP che trasmettono in violazione del copyright. AGCOM infatti dà seguito in automatico alle segnalazioni che arrivano alla piattaforma senza adeguato accertamento della loro validità.
Da norma di legge, perché scatti il blocco è sufficiente che si tratti di domini e indirizzi IP “prevalentemente“, e non unicamente, destinati alla violazione del copyright, con il rischio di penalizzare quei domini che veicolano contenuti perfettamente leciti, andando quindi a incidere sulla libertà di espressione, di informazione e di iniziativa economica.
Ma soprattutto come si quantifica il concetto di “prevalentemente”? È proprio su aspetti come questo che AGCOM avrebbe potuto beneficiare tramite la consultazione pubblica del contributo degli attori di mercato, basato su esperienze concrete, anziché definirli autonomamente.
La possibilità di intervento tempestivo contro siti pirata, poi, può avvenire in meno di trenta minuti e in modo automatico, mentre quando un sito che trasmette contenuti legali viene bloccato per errore, come accaduto in passato, servono oltre 10 giorni di tempo e una delibera di AGCOM perché sia ripristinato on line.
I fornitori dei servizi di rete e sicurezza informatica come i VPN, DNS e ISP, che sono chiamati a sostenere costi elevati per l’implementazione del sistema di monitoraggio e blocco, non possono contare su indennizzi o meccanismi di finanziamento, subendo un notevole squilibrio, dal momento che pur non avendo alcun ruolo attivo nelle violazioni del copyright, investono risorse economiche per contrastare gli illeciti a esclusivo vantaggio dei titolari dei diritti.
Dunque, resta il rischio di oscurare per errore contenuti legali, e di rendere inefficace un sistema che ha più volte commesso errori: memorabile fu il blocco di Google Drive. Ne sapremo tuttavia di più nelle prossime settimane, quando l’AGCOM pubblicherà il testo relativo al nuovo regolamento.
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